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    Paolo Ranzani a tu per tu

    8 mesi ago · · 1 comment

    Paolo Ranzani a tu per tu

    RITRATTO DI UN COLLOQUIO NON CONVENZIONALE

    Tra le colline umbre mi trovo ad Alcatraz, Libera Università, covo di artisti, richiamati da ogni dove dalla bacchetta curiosa del direttore d’orchestra Jacopo Fo che conduce insieme alla sua famiglia d’origine nel cuore, di sangue nella vita e queer nella realtà questo magnifico Festival dell’Immaginazione. 

    Vado. Mi intrufolo. Esco dallo studio per andare a rubare metafore da riportare con me nella mia stanza blu, cornice di quella professione che amo così visceralmente.

    Come in un dipinto in plein air, vedo intagliarsi sagome di personaggi, personalità, delineati dalla forma d’arte che si sono scelti. 

    Poi entra Paolo Ranzani un “coltivatore diretto” di immagini. Mi dirà: “Fotografo moda e pubblicità, ritraggo persone, celebrity, corporate, e seguo la regia di videoclip musicali”. 

    Sarà la metafora agricola così connessa alla terra, sarà la sua identità di fotografo così privata di narcisismo ed eccessi, che la mia soglia di attenzione fa un balzo e come un cane da ferma, che segnala al cacciatore una preda, mi trovo sulle sue tracce. 

    Nel frattempo Ranzani, ignaro, si aggira con fare pacato tra i partecipanti, uno stretto codino lega i capelli riottosi in un look semi formale e al suo fianco una delicata compagna dai corti capelli completa la sua immagine, profilando il contorno di una sagoma a due che in controluce rimanda il senso di un pacato vivere. Con un gulp sonoro mi butto sulla preda.

    L’atterraggio sarà lieve. Il delicato Ranzani, probabilmente impietosito da questa patetica pagliacciata, mi concederà la mia prima intervista.

    Paolo Ranzani a tu per tu

    Ora che torno in me riconosco la rarità di questi incontri e la condivido con voi. 

    Non credo sia stato il fascino della celebrità a risvegliare il mio istinto, penso sia finita l’epoca della groupie adolescenziale, ma resta una profonda curiosità e un fedele innamoramento per le Identità: amo da sempre capire da dove vengono, cos’hanno attraversato e cosa spinge la loro barca a ponente. 

    Ne nasce un amichevole scambio. 

    Prima mi faccio ritrarre, con sufficiente imbarazzo, mettendomi dietro alla sua macchina fotografica, ovviamente per beneficenza, poi sarà lui a raccontarsi facendosi guidare più dal mio religioso ascolto che da inutili domande. 

    Roland Barthes dice che farsi ritrarre è una seduta dallo psicologo:

    “Davanti all’obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello che di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. 

    Il setting muto alle mie spalle in pochi istanti apre alle mie espressioni combattute mostrando un’immagine poliedrica, centrata sulle mie caratteristiche più vere. 

    Ranzani dice che la gente spesso si vuole vedere come si immagina, mi sentivo un pò più Anna Freud in effetti.

    Nel ritratto invece si cerca di restituire un’identità il più possibile sincera ma filtrata dalla visione autoriale, come se in controluce vedessimo nella stessa foto sia chi è ritratto, sia l’autoritratto dell’autore che ne porta la firma. 

    Mi ricorda molto la psicoterapia, un lavoro di svelamento nel quale il paziente cerca la propria immagine più reale grazie alla mano salda del terapeuta. 

    Fisso questo fotografo che ha fatto pubblicità, rappresentato modelle iconiche, viaggiato in lungo e in largo il mondo pian piano spogliarsi, lasciare spazio all’uomo che si racconta. 

    Davanti a lui campeggia un caldo tè fumante, in questo torrido agosto colgo che è insensato avere ancora cliché.

    Come una matrioska vedo più parti di lui avanzare contemporaneamente.  

    Sullo sfondo c’è un timido bimbo rimasto presto orfano di papà, che guarda la realtà intorno a sè, più che viverla, affamato di risposte ai suoi perché. 

    Si staglia poi un giovane fotografo ventiquattrenne che soffre nel definirsi, con una vena artistica da imbrigliare che vaga dalla fumettistica, alla scrittura. Sarà l’incontro con grandi maestri, figure paterne alle quali ispirarsi a dare forma a questa passione. 

    Infine seduto di fronte a me ho l’uomo che oggi, con consapevolezza, tiene i fili di questi fotogrammi e di questa sensibilità che definisce il suo spirito autoriale tramite progetti sociali che abbiano lo scopo di migliorare un po’ il mondo. 

    Mi parla dei 99 ritratti fatti per Amnesty, dei ritratti fatti in carcere, del progetto con ragazzi ucraini malati di cancro a cui insegna a scattare foto per non morire emotivamente. “Mentre fotografano, li vedo felici” dice. Scompare il rischio di una fotografia pornografica, una fotografia che mostra anziché dimostrare. Aldo Gilardi dirà a tale proposito “Meglio ladro che fotografo”. 

    Dietro a ogni foto prima di tutto c’è una relazione, Paolo dice: “Nella foto vedo chi viene ritratto ma anche la mia mano che si allunga su di lui nel riprenderlo”. 

    Più ascolto, più mi rendo conto di quanta cura ci sia in questa professione, o forse più precisamente in Paolo Ranzani, un uomo che vuole vedere chi ha davanti, con la curiosità di creare incontri di senso.

    Non avevo pensato alla fotografia come a una forma così significativa di rispecchiamento personale.

    Sarebbe carino avere una bella polaroid sulla scrivania da settembre.

    Soddisfatti del lavoro fatto ci facciamo ritrarre. Un’immagine che non dimenticherò facilmente! 

    Come nell’opera di M.C.Escher, “Mani che disegnano” mi resta un grande interrogativo, non mi è più chiaro chi sia stato ritratto da chi.

    Ps. Se volete scoprire qualcosa in più della sua arte vi lascio alcune informazioni

    Web: www.paoloranzani.com

    IG: Paolo_Ranzani_portfolio

    Valentina Calanca 

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    Valentina Calanca

    Valentina Calanca

    Psicologa Psicoterapeuta Valentina Calanca, opera a Carpi ( MO )

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