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    L’isolamento degli adolescenti e l’ iperconnessione

    3 anni ago · · 0 comments

    L’isolamento degli adolescenti e l’ iperconnessione

    L'isolamento degli adolescenti e l'iperconnessione

    Umberto Galimberti ci insegna che felicità in Greco si dice “EUDAIMONIA” concetto composto da EU “buono”, e DAIMON “spirito”:  senso per cui siamo nati. Per raggiungere il benessere secondo questa prospettiva, ognuno dovrebbe chiedersi “qual è la cosa per cui si è tagliati”, e solo realizzandola con la giusta misura si potrebbe poi ottenere la felicità.

     

     

     

     

     

    L’ isolamento degli adolescenti e l’ iper-connessione spesso diventano chiusura ed estraniazione dal mondo esterno. Cerchiamo di capire insieme quando questo accade e quando questi comportamenti diventano una richiesta di aiuto.

    Ricevo richieste di aiuto da parte di genitori che per svariati motivi perdono il “contatto” con i propri figli, li vedono spesso distanti e iperconnessi. Viene meno quella vicinanza che in adolescenza è in parte naturale e doloroso perdere, ma che in alcuni casi desta particolari preoccupazioni.

    La presa di distanza dai genitori ha, come vedremo, una funzione di costruzione dell’identità, ma occorre porre attenzione che questo allontanamento non si trasformi in perdita dei contatti, isolamento, iperconnessione e paura del mondo esterno. Il confine tra normalità e patologia di un comportamento è sempre molto sottile.

    Ore 14:00

    Sebastiano sbatte forte la porta della camera, chiudendo il mondo fuori.

    È furioso, nessuno lo capisce e la rabbia così ormonale gli causa un senso di orrore fortissimo dal quale è difficile scappare.

    Il rimbombo arriva fino alla cucina.

    La madre, urla, lancia lo strofinaccio che stinge tra le mani e appoggiandosi al muro si lascia scivolare, fino a terra, piangendo lacrime trattenute, per un figlio di cui di colpo non trova più le tracce.

    Cosa sta succedendo?

    Anche oggi ha saltato la scuola, il registro elettronico risuona i buchi di una strada sempre meno rettilinea.

    Il pensiero si calma, tra quelle quattro mura.

    Il cuore lascia cadere il martello con cui ha rintoccato i minuti della mattinata.

    Il respiro riprende fiato.

    Sebastiano, impaurito ritrova nei suoi odori la forma del suo sé.

    Nessuno deve entrare, quel suo bunker fortificato, è il suo spazio, l’unico luogo dove dimenticarsi il peso della vita.

    Il joystick si adatta perfettamente alle sue mani e il duello può ripartire.

    “Vediamo chi è online” pensa Sebastiano, “voglio rubare una cabriolet e nessuno saprà fermarmi”.

    La madre, origlia da fuori, incolla l’orecchio alla porta ma non si sente di entrare, sa che in quel silenzio molesto, il figlio, dimentico del loro scontro e dei suoi doveri, sarà già alle prese con sirene, sparatorie, furti da “Grand Theft Auto”.

    Si chiede perché tutto ciò sia corso più veloce di lei, perché gli zii abbiano avuto la pessima idea di regalargli la nuova Ps4, che lei odia terribilmente e che ha reso suo figlio un indescrivibile estraneo, nascosto nelle cuffie di una stanza disordinata.

    Ah, da lì, uscirà, giusto per cena, ma sempre arrabbiato, chissà poi con chi.

     

    L’isolamento degli adolescenti per la ricerca della privacy 

    Il compito principale dell’adolescenza in una prospettiva evolutiva è la costruzione dell’ identità, in termini di coscienza della propria esistenza e persistenza nel tempo. 

    Ciò permette di definirsi come 

    • soggetto
    • appartenente a un determinato contesto 
    • con ruoli stabili e riconoscibili.

    È complesso in un’età incerta, caratterizzata da un massimo di pulsioni aggressive e sessuali e da un minimo di controllo razionale, definire chi si è. Figuriamoci andare alla ricerca del “DAIMON”, che paragono alla conquista del Sacro Graal, missione (quasi) impossibile direbbe Bryan De Palma. Impresa che tormenta il sonno anche di molte persone adulte, sane e strutturate. 

    Secondo il Professore Umberto Galimberti una funzione fondamentale la svolgono anche i rimandi forniti dall’ambiente. I giovani di oggi, dal suo punto di vista, sono maggiormente in difficoltà, poiché i messaggi della famiglia (“fai il tuo dovere”), non sempre coincidono con quelli della società (“divertiti”) creando una confusione implicita sulla strada da seguire e un grande caos interno. 

    L’ iperconnessione in adolescenza

    Il binomio tra isolamento degli adolescenti e iperconnessione alimenta un dibattito molto acceso tra i tecno-ottimisti e i tecno-pessimisti. 

    Bambini e adolescenti non paiono esenti dal richiamo della rete, che, se priva di controllo genitoriale, nelle modalità e nelle funzioni di utilizzo, può rischiare di portare a vere e proprie forme di dipendenza. 

    La dipendenza da Internet non rientra ancora a pieno titolo nei manuali diagnostici, ma è segnalata come proposta, in attesa di vaglio, tra le condizioni che richiedono ulteriori studi prima di essere classificate definitivamente come disturbo (Internet Addiction Disorder). 

    Svariate sono le forme di utilizzo della rete sia per adulti che per bambini, si passa dai social network, a internet, alla comunicazione a distanza agevolata dalla tecnologia, perciò, vorrei soffermarmi oggi sull’abuso dei videogiochi in età preadolescenziale (10-13 anni) e adolescenziale (oltre i 13 anni).

    Fortnite, Grand theft Auto (GTA), League of Legends (LoL), Minecraft sono solo alcuni tra i videogiochi più in voga del momento, e parlando con gli adolescenti del 2019 che incontro in terapia è impossibile non sentirsi pronunciare uno di questi nomi, abbinato a espressioni di puro divertimento. 

    In questo non noto differenze abissali con la generazione degli anni ottanta che si perdeva dietro a Super Mario Bros, Tetris o Street Fighter. 

    I più esperti certamente mi segnalerebbero un aumento di tematiche violente, di aggressività e sparatorie, a differenziare le due generazioni. Sarebbe di certo interessante seguirne l’evoluzione in un’ottica sociologica. 

    Funzioni e utilità dei videogiochi e della rete

    Non sempre da demonizzare, in molti casi il web e nello specifico i videogiochi rivestono una funzione importante nel sostenere gli adolescenti nel difficile lavoro di mentalizzazione del corpo e nell’acquisizione di un ruolo all’interno della propria cerchia di amici. 

    La scelta del personaggio, del proprio avatar (rappresentazione), spesso richiede al ragazzino molta cura perché riflette la necessità di mettere a punto la propria identità nascente. 

    Pensiamo ai ragazzi che passano per la pubertà insicuri del proprio aspetto fisico, convinti di avere una dotazione insufficiente, che faticano ad integrare la propria immagine di sé in evoluzione: tramite i videogiochi possono simbolizzare questa fatica evolutiva, trovando una via creativa all’accettazione del corpo. 

    “Sono scattante, non mi faccio colpire, sono bravo!”. Riportano soddisfatti. Quel corpo prima di tutto diventa un “corpo pensato”, tramite il gioco e di conseguenza un “corpo maggiormente accettato”. Ciò non avviene più al parchetto o in giardino, giusta riflessione, ma non sempre e solo per causa loro. Le prove portate avanti nella palestra silenziosa della propria stanza, rompono un velo d’ insicurezza, agevolando repliche nella realtà reale: in classe, con i pari e nei gruppi sportivi. 

    Videogiochi multiplayer consentono di giocare con altri individui e anche se a distanza questo scambio tiene aperto un canale relazionale con il mondo dei pari.

    La “rete” a volte diventa luogo di contatto e non per forza di distanza. 

    Definire un adolescente come dipendente è rischioso perché in questa fase del ciclo di vita i figli riprendono le antiche dipendenze infantili per dare spazio a nuove appartenenze, a una seconda famiglia formata dagli amici con i quali confrontasi e rispecchiarsi: le ore sul web spesso celano solo l’emergere di un rinnovato bisogno di relazione. 

    Ricordiamo che tramite l’iperconnessione che passa spesso tramite il cellulare e i social (Musical.ly, Instagram, FB), i ragazzi iniziano a presentare pezzi di sé agli altri, prima con foto d’ idoli con i quali si rappresentano, poi tramite selfie più o meno modificati, permettendosi di diventare oggetto di sguardi altrui. 

    I rimandi (tanto temuti) consentono di fare proprio quel corpo in evoluzione, che cambia così in fretta da essere ancora estraneo. 

    E dei difetti che ne facciamo? Per il momento li occultiamo! 

    Campanelli d’allarme per i genitori 

    Il gioco su Internet in alcuni casi si trasforma in qualcosa di pericoloso a cui porre attenzione, sopratutto se perdura nel tempo e porta:

    • ossessione per questa attività
    • sintomi di astinenza quando non si gioca o aumento di tolleranza (è necessario dedicarvi sempre più ore)
    • perdita d’ interesse in altre aree della vita: disinvestimento da attività e relazioni;
    • bassa tolleranza alla noia
    • scarsa autostima e timidezza
    • tempo di connessione eccessivo (non esiste un cut off clinico preciso, ma se vengono superate le quattro ore giornaliere si è in un’area di rischio)

    Il rischio avviene quando il minore utilizza la rete solo per nascondersi, senza riuscire a connettere i bisogni virtuali e quelli reali. 

    Hikikomori: isolamento degli adolescenti e iperconnessione dal Giappone

    Questa patologia è il segnale di maggior malessere e preoccupazione.

    Hikikomori è un termine Giapponese che significa “stare in disparte”, deriva da “Hiku” (tirare indietro), e “Komoru” (ritirarsi), è stato coniato negli anni Ottanta da uno psichiatra Giapponese che rilevò l’emergere di tale patologia negli adolescenti. 

    In Italia più che di Hikikomori si parla di isolamento sociale e iperconnessione che portano ad un’autoreclusione. 

    Cerchiamo di capirne le origini:

    • se l’adolescenza chiede come fase evolutiva l’apertura di sé al di fuori della famiglia, l’apertura al mondo dei pari, la constatazione dei propri limiti reali, il normale impatto con la realtà del fallimento e della propria finitezza mai contemplato nell’infanzia, portano invece in alcuni casi a una chiusura.
    • ci sono ragazzi narcisisticamente molto investiti dalla propria famiglia e dagli adulti del contesto sociale, che di fronte al debutto adolescenziale, anziché fare un passo avanti, fanno un passo indietro. Improvvisamente disinvestono su scuola, relazioni, crescita e speranza nel futuro;
    • il ritiro nella propria casa, che segue l’abbandono scolastico, permette di nascondersi da sguardi sentiti come giudicanti. Vergogna e imbarazzo diventano la cosa più temuta;
    • i giochi virtuali distraggono da questa angoscia, portando in alcuni a invertire i ritmi giorno/notte pur d’incontrare meno persone possibile;

    Se il mondo non è eccessivamente temuto, si creano contatti ludici virtuali dove la distanza e l’anonimato garantiscono un senso di sicurezza. Nei casi più gravi lo stare nella propria camera coincide con un totale isolamento e con la perdita di tutti i legami relazionali. 

    Il ritiro sociale riguarda prevalentemente:

    • maschi e primogeniti, con genitori di estrazione medio alta (patologia prevalentemente maschile, anche se i casi femminili sono in aumento); 
    • l’esordio pare collocarsi tra l’ultimo anno delle scuole secondarie di primo grado e i primi due anni delle secondarie di secondo grado;
    • spesso sono ragazzi con un passato scolastico brillante, intelligenti, tendenzialmente introversi, che si paralizzano con l’incontro dei cambiamenti corporei preadolescenziali;
    • oppure individui dotati di una grande sensibilità che non condividono i valori della società in cui vivono; 
    Il ruolo dei genitori: come interrompere isolamento e iperconnessione

    Ricci (2015) sottolinea tra le cause un’eccessiva protezione della famiglia, narcisismo (cioè alte aspettative verso i figli), stretta relazione madre e figlio. 

    Il modello educativo, improntato sull’alleanza e la complicità, determinerebbe un humus affettivo dove si percepiscono da un lato ideali ambiziosi, dall’altro incapacità di contemplare la delusione. 

    I genitori dovrebbero

    • essere in un qualche modo compresenti: sapere cosa fanno i figli quando sono davanti allo schermo, ricordandosi che sono sì nativi digitali, ma che è pur sempre vero che non hanno le competenze informative degli adulti;
    • educare al fallimento e alla sconfitta, aiuterebbe i ragazzi a usare delusione, dolore e insicurezza per crescere e non come causa di arresto;
    • capire il malessere reale che si cela dietro al progressivo ritiro, entrando con loro nelle loro paure;
    • collaborare con l’istituzione scolastica per riaprire canali sociali.

    Diventa più chiaro che non è la dipendenza dalla tecnologia che causa il ritiro, ma che il ritiro avvicina ad Internet. 

    U. Galimberti ci direbbe inoltre che il futuro per molti ragazzi è privo di attrazione, perché è difficile intravedere un richiamo lavorativo nella società. Secondo questo grande filosofo e psicoanalista dei giorni nostri, oltre a tematiche personali i ragazzi vivrebbero una sorta di nichilismo (Nietzsche), dato da una prospettiva economica, lavorativa, priva di scopi e di valori ai quali aggrapparsi per avanzare.

     

    Dott.ssa Valentina Calanca

    Psicologa Psicoterapeuta

     

     

    Il racconto è opera di pura fantasia.

    Tutti i personaggi, luoghi, eventi e fatti narrati sono frutto dell’immaginazione dell’autore. Ogni riferimento a eventi o persone è puramente casuale.

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    Valentina Calanca

    Valentina Calanca

    Psicologa Psicoterapeuta Valentina Calanca, opera a Carpi ( MO )

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